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LA CITTA' DEL 2010
E' possibile individuare un tema comune nel lavoro degli architetti del XXI secolo? Oppure una modalità, un insieme di azioni ricorrenti nel loro impegno professionale? La mia opinione è che si lavora in opposizione alla città contemporanea, a quel territorio sconfinato e ormai indistinto che ci ostiniamo a chiamare città ma è un’anticittà. Resta da chiedersi che cos’è la città o, per meglio dire, cosa è stata. Volendo dare una risposta retorica si potrebbe dire che ci sono tante città quante sono le culture che hanno determinato il successo di questo tipo d’insediamento umano. Uruk-Roma-Los Angeles, potrebbe essere un’istantanea descrizione del processo di nascita, crescita e morte della città.
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IL PATTO SOCIALE
Uruk IV-III M a.C. rappresenta la prima tappa di un percorso, la prima forma di società che decide liberamente di mettere insieme le risorse, le “forze individuali” di Jean-Jacques Rosseau, per raggiungere un obiettivo condiviso senza rinunciare all’individualità. L’organizzazione urbana, la città, nasce dalla possibilità di razionalizzare la coltivazione della terra, raccogliere, grazie ad innovazioni tecnologiche come l’aratro a trazione animale, una quantità di cibo maggiore di quello necessario a sfamare una singola persona e accumulare le eccedenze alimentari. La città nasce quindi dalla possibilità di pagare il lavoro di specialisti che, grazie a quelle eccedenze, possono dedicarsi ad altre attività e organizzare l’insediamento a partire dagli edifici pubblici e costruire le infrastrutture e i canali per l’irrigazione. È ancora valido questo patto sociale che ha tenuto insieme per cinque sei millenni la comunità umana? O è necessario trovare un’altra forma di “contratto sociale”, visto che le necessità si sono spostate su un altro piano, cioè quello della sopravvivenza delle specie umana? È ancora possibile pensare la città nel modo in cui da migliaia di anni l’hanno costruita le comunità umane indipendentemente dalla necessità di non consumare le risorse primarie terra, acqua, aria? Gli architetti cosa hanno da dire su questo e, soprattutto, come sta cambiando la loro azione individuale alla luce di una nuova necessità, di un nuovo patto sociale che possa mettere insieme le forze di tutti gli abitanti della terra, per continuare ad esistere?
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AVERE VOCE
Non si tratta di interrogarsi sui massimi sistemi, e non lo faremo, si tratta, piuttosto, di esserne consapevoli. Di pensare al lavoro degli architetti come ad un insieme di azioni individuali che non possono ignorare le questioni ambientali. Ogni giorno, tutte le scelte che compiono gli architetti, dal più modesto professionista, al tecnico comunale, al dirigente di enti regionali e nazionali, tutte concorrono e influiscono, positivamente o negativamente, sui temi ambientali, paesaggistici, urbani. Il disastro di Giampilieri nella provincia di Messina è stato determinato dalla mancanza d’interesse da parte della comunità siciliana e dei suoi amministratori, soprattutto dal disinteresse di quei tecnici, architetti o ingegneri che siano, che avrebbero dovuto occuparsi della tutela del territorio. Se la comunità a quello li ha destinati, e loro hanno sottoscritto il patto sociale, avrebbero dovuto impegnarsi per impedire quel disastro che ha distrutto il paese. Altrimenti meglio sarebbe stato se fossero tornati alla propria azione individuale: “zappare la terra per produrre il proprio cibo”. Ma anche nell’azione quotidiana il progetto di un piccolo edificio residenziale può rappresentare un contributo, una singola forza che si mette insieme a tante altre. Ad esempio, un piccolo edificio può essere progettato per risparmiare un po’ di energia, per la sua costruzione possiamo non usare materiali inquinanti, o, ancora, la sua costruzione può essere l’occasione per aumentare la copertura arborea: sono queste alcune tra le molte azioni individuali che rispettano le risorse primarie, cioè il nuovo patto sociale tra i terrestri. In queste pagine oltre che presentare delle architetture per avere voce e partecipare al dibattito sui temi dell’architettura, sul linguaggio, sulla forma ed altre questioni ci vorremmo occupare anche di una serie di temi più generali che investono la professione, ad esempio della mancanza di una legge urbanistica regionale; della mancanza dei piani paesistici; dell’integrazione del sistema fotovoltaico nell’architettura. Temi che si stanno discutendo tra gli architetti, negli ordini professionali, nelle associazioni culturali ma che raramente sono inseriti nell’agenda del governo regionale. Questioni che hanno una forte incidenza nelle scelte insediative delle comunità locali.
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Testo di Giuseppe Guerrera
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